Approcci e Trattamenti

Psicoterapia Cognitivo Comportamentale CBT

La terapia cognitivo comportamentale (Cognitive-Behaviour Therapy, CBT) è attualmente considerata a livello internazionale uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione, il trattamento dei disturbi mentali e la risoluzione di svariate problematiche psicologiche.

Questa psicoterapia integra la terapia cognitiva a quella comportamentale, intervenendo da una parte sui pensieri e le convinzioni che sono alla base dei disturbi psicologici e dall’altra sui comportamenti che causano il perpetuarsi di circoli viziosi disfunzionali.

Per approfondire…

La teoria sulla quale si fonda postula che pensieri, emozioni e comportamenti sono interconnessi tra loro:  potremmo dire che i pensieri relativi ad un evento, impattano sull’ emozione o sulle emozioni provate e a loro volta influenzano la reazione all’evento stesso.

Gli eventi in sé assumono un ruolo relativo, mentre diviene centrale il nostro modo di interpretarli, in quanto quest’ultimo avrà una ripercussione importante nel direzionare il comportamento e nel condizionare l’esperienza emotiva.

Analizziamo costantemente ciò che ci capita, ciò che vediamo intorno a noi…  nella nostra mente diamo spiegazioni a comportamenti, creiamo collegamenti tra eventi e immaginiamo scenari ipotetici futuri. Per un singolo evento possono esserci svariate spiegazioni e punti di vista, ma la nostra mente selezionerà il più plausibile in base al nostro personale modo di vedere la realtà. Questa scelta avviene in base a dei parametri soggettivi che chiameremo cognizioni.

Le cognizioni sono un importante strumento per l’analisi della realtà, tuttavia potrebbero diventare una limitazione se inflessibili e rigide.

Una persona depressa interpreterà la realtà con dei parametri ripetitivi, gli eventi avranno un’accezione negativa, come se indossasse delle lenti scure con le quali interpreta ciò che lo circonda. Faranno seguito comportamenti di chiusura e emozioni di tristezza e angoscia. E’ come se applicasse un filtro che rimodella ciò che osserva,  un filtro che toglie speranza, fiducia e ottimismo.  

Quindi le cognizioni possono diventare delle vere e proprie gabbie, dalle quali non riusciamo ad uscire. L’aspetto più indicativo è che molte volte non ne siamo consapevoli, cioè non ci rendiamo conto che è il nostro modo di interpretare la realtà a influire sul nostro vissuto e a causare i nostri comportamenti, a farci scegliere come agire.

Da queste considerazioni nasce quella che Aaron Beck chiamò Psicoterapia Cognitiva, ossia un metodo di cura, focalizzato sulle cognizioni.

Obiettivo della terapia è favorire la consapevolezza delle cognizioni, metterle in discussione e creare nuovi parametri per interpretare la realtà. La modifica del nostro modo di pensare, non solo può ridurre in modo sostanziale la sofferenza emotiva, ma ci protegge da eventuali ricadute, perché cambiare i parametri vuol dire non rivedere lo stesso problema anche se si dovessero ripresentare le stesse situazioni.

Nell’approccio cognitivo-comportamentale, la parola comportamentale, in aggiunta al termine cognitivo, fa riferimento all’insieme degli esperienti comportamentali che vengono adottati al fine di permettere la modifica delle cognizioni. E’ frequente in varie psicopatologie come ad esempio nei disturbi d’ansia che ci siano delle situazioni temute o si sperimentino sensazioni fisiche che vengono identificate come anomale e pericolose. Obiettivo del lavoro più comportamentale sarà quello di implementare l’esposizione a situazioni e sensazioni temute con delle modalità che ne permettano la rivalutazione della pericolosità, sino a renderle gradualmente inoffensive. L’esperienza pratica è agevolata dalla predisposizione mentale e quindi dall’iniziale lavoro già svolto sui pensieri, diviene però essa stessa motivo di disconferma di pericolosità e di cambiamento nel modo di pensare. Quindi il lavoro sui due aspetti, cognitivo e comportamentale si integra ridefinendo la realtà come non più minacciosa e consentendo all’individuo di superare la problematica psicologica.

Possiamo considerare la valutazione psicodiagnostica propedeutica all’intervento terapeutico e molto utile per 4 ragioni principali:

  • è una risposta chiara alla richiesta del cliente (di cosa si tratta/come si risolve)
  • definisce quanto l’eventuale sintomatologia comprometta il funzionamento sociale, affettivo e/o lavorativo
  • permette l’orientamento verso le modalità più efficaci di trattamento
  • avvia la strutturazione di significati condivisi, mettendo le basi per la creazione dell’alleanza terapeutica

Anche se ha un fine propedeutico all’intervento terapeutico che viene strutturato al termine della valutazione psicodiagnostica, per certi aspetti essa stessa è già parte della terapia. Un buon inquadramento diagnostico, infatti, può già permettere la reinterpretazione della sintomatologia in una prospettiva clinica e spiegare il perché di alcune condizioni di disagio riportate dal cliente. Nuove conoscenze hanno la potenzialità di determinare cambiamenti nel modo di pensare, di provare emozioni e di agire. Pertanto, dare il giusto spazio alla valutazione e svolgerla in modo accurato è funzionale alla risoluzione del problema.

Parte dell’assessment può essere svolto attraverso test e questionari che sono degli strumenti utili al fine di confermare ciò che il clinico individua nei colloqui e attribuire degli indici numerici a variabili psicologiche.